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Sinner salta lo U.S. Open: cosa dice davvero quel ginocchio

  • Thomas Alvieri
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Sinner infortunio us open

Il numero uno del mondo rinuncia agli US Open. Dal debutto del 2019 non aveva mai mancato un Major: nemmeno la squalifica per il clostebol gliene aveva fatto saltare uno. Ma la vera domanda non è quando torna. È perché un corpo di venticinque anni si è fermato tre volte in dodici mesi.

Ci sono numeri che raccontano più di un comunicato.

Jannik Sinner ha giocato il suo primo Slam agli US Open del 2019. Aveva diciotto anni e perse al primo turno.

Da quel giorno ha saltato le Olimpiadi. Ha detto no alla Coppa Davis. Ha rinunciato a Masters 1000 e a tornei di casa.

Ma ai quattro appuntamenti che scandiscono l'anno del tennis si era sempre presentato. Ventisette Slam, tutti quelli che si sono giocati da allora. Wimbledon 2020 fu cancellato per la pandemia, e a parte quello non c'è un solo buco.

Nemmeno la squalifica lo aveva fermato. La sospensione di tre mesi concordata con la Wada per il caso clostebol andò dal 9 febbraio al 4 maggio 2025.

Gli costò quattro Masters 1000. Non un solo Major. Fu una delle ragioni per cui l'accordo venne contestato, ma il dato resta.

Ieri la striscia si è interrotta.

Con un post pubblicato nel primo pomeriggio, il numero uno del mondo ha annunciato che non giocherà gli US Open, al via domenica 30 agosto a Flushing Meadows.

Il motivo è il ginocchio destro. Lo stesso che lo tiene fermo dalla finale di Wimbledon.

Il messaggio è asciutto. Il lavoro con il team e lo staff medico non è bastato, i giorni di test a Monte Carlo hanno detto che serve ancora tempo.

Poi una frase più personale, sulla tristezza di rinunciare a un torneo che ha un posto speciale nel suo cuore.

Nella nota diffusa dal suo entourage c'è però un passaggio che vale quanto l'annuncio. Sinner resterà in Europa per continuare il recupero, con l'obiettivo di essere pronto per la trasferta asiatica.

Tradotto: la stagione non finisce qui. Ma il calendario è stato riscritto.

Diciassette giorni di bollettini

La decisione non è arrivata all'improvviso.

È il punto di caduta di una discesa cominciata a fine giugno. Al primo turno di Wimbledon, contro Miomir Kecmanovic, Sinner scivolò sull'erba del Centrale con una torsione del ginocchio che gelò il pubblico.

Si rialzò. Vinse quella partita e due settimane dopo alzò il trofeo battendo Alexander Zverev.

Sembrava un episodio archiviato.

Il 4 agosto il primo controllo al Physioclinic di Milano. Pochi giorni dopo il forfait dal Masters 1000 di Montreal, presentato come precauzione.

Il 9 agosto la rinuncia a Cincinnati, con Sinner che ammetteva di non essere ancora pronto a competere.

Poi Torino. Il JMedical, la terapia con onde d'urto sull'area infiammata raccontata dalla Gazzetta.

A metà agosto nuovi esami clinici. Infine il rientro in campo a Monte Carlo, il test decisivo, l'esito che ha chiuso la partita.

Diciassette giorni. Quattro strutture sanitarie. Tre tornei saltati.

E nessuna diagnosi ufficiale.

Dubbi sulle condizioni di Sinner

Questo è il punto che nessuno ha ancora sciolto.

In tutta la vicenda non è mai stato comunicato che cosa Sinner abbia esattamente al ginocchio. Né quando se lo sia procurato.

Si parla di infiammazione, di fastidio, di problema. Mai di una lesione con un nome.

L'ipotesi che circola con più insistenza è quella del sovraccarico. Il Corriere dello Sport la dà quasi per acquisita: un problema figlio dell'accumulo, non di un trauma.

Sulla stessa linea Giovanni Di Giacomo, ex medico del circuito ATP. Una settimana fa spiegava come la scelta di risparmiare il ginocchio indicasse proprio una sindrome da sovraccarico, per la quale il riposo resta il trattamento migliore.

Vale la pena rileggere quella dichiarazione con gli occhi di oggi.

Di Giacomo, sette giorni fa, dava la presenza a New York per scontata. Come praticamente tutti.

È la misura di quanto poco si sapesse. E si sappia.

I motivi della rinuncia allo US Open

La logica della rinuncia, però, si capisce anche senza referto.

Uno Slam sono quindici giorni. Sette partite al meglio dei cinque set, su cemento, la superficie che scarica di più sulle articolazioni.

Sinner ci sarebbe arrivato senza aver giocato un solo match ufficiale in cinquanta giorni. E senza un torneo di rodaggio sul duro.

C'è anche una statistica che deve aver pesato sul tavolo del suo team. Dal 1990 nessuno ha mai vinto gli US Open senza disputare almeno un torneo di avvicinamento sul cemento.

Wimbledon 2025 e 2026 aveva dimostrato che sull'erba Jannik può permetterselo. New York è un'altra cosa.

Il conto era presto fatto. Probabilità di vittoria ridotte, rischio di trasformare un'infiammazione gestibile in un infortunio serio molto alto.

La condizione che Sinner si era dato -- non partire se non al cento per cento -- non era una posa. Era una soglia.

Chi segue il torneo di New York troverà tutti i mercati sugli US Open profondamente ridisegnati da questo forfait: il tabellone maschile perde il favorito naturale e si riapre in modo imprevedibile.

Il corpo di Jannik

Ed è qui che l'argomento salute per Jannik diventa scomodo.

Il ginocchio del 2026 non è un episodio isolato.

Nella carriera di Sinner ci sono due famiglie di problemi, che vanno tenute separate.

La prima è quella meccanica. Le vesciche di Vienna 2020 e Miami 2022. Il ginocchio sinistro al Roland Garros, la caviglia di Sofia, il muscolo della gamba a Halle nel 2023.

Poi l'anca destra, che nella primavera 2024 gli costò Madrid e Roma. E il gomito, dopo la caduta contro Dimitrov a Wimbledon 2025.

Roba da atleta professionista, distribuita su sei stagioni.

La seconda famiglia è più recente. E più inquietante: i cedimenti da fatica e da caldo.

Il ritiro nella finale di Cincinnati 2025 dopo venti minuti, quando disse al fisioterapista di non riuscire a muoversi.

Il ritiro di Shanghai un mese e mezzo dopo, con la racchetta usata come stampella per uscire dal campo.

E soprattutto il Roland Garros di maggio. La sconfitta più assurda della sua carriera.

Avanti due set a zero e 5-1 nel terzo contro Juan Manuel Cerundolo, numero 56 del mondo. Poi il crollo, la richiesta di aiuto all'arbitro, il rientro negli spogliatoi.

Partita persa in cinque set sotto trentaquattro gradi.

Un mese dopo, a Wimbledon, gli hanno chiesto conto di quel pomeriggio. La risposta è passata quasi inosservata.

Sinner disse che avevano capito cosa fosse successo. Ma che potrebbe ripetersi, perché non esiste una soluzione immediata e la questione è più ampia.

Nessuno ha chiesto quale fosse, la questione più ampia.

Il 2026 di Sinner, letto tutto insieme, è una stagione spezzata a metà.

Quarantaquattro vittorie e tre sconfitte. Sei titoli. Trentuno partite in tre mesi fino a giugno.

Poi zero partite in cinquanta giorni.

Se il ginocchio è davvero da sovraccarico, la domanda non è come guarirlo. È da dove arriva il sovraccarico.

Ne abbiamo parlato spesso anche nelle nostre analisi sul tennis: il calendario ATP è diventato il vero avversario dei giocatori di vertice.

Il ranking regge, per ora

Sul piano dei numeri, nell'immediato non cambia molto.

Sinner resta primo con 12.800 punti contro i 7.790 di Zverev.

Dopo New York ne perderà 1.300 e scenderà a 11.500. Anche se il tedesco vincesse lo Slam arriverebbe a 9.690, quindi a distanza di sicurezza.

Alcaraz è terzo e difende il titolo: non può guadagnare.

La qualificazione alle Finals di Torino non è in discussione, con 7.950 punti nella Race.

Il problema è l'autunno.

Zverev a New York può scavalcarlo nella corsa alle Finals. E da ottobre Sinner deve difendere 3.550 punti conquistati un anno fa tra Pechino, Vienna, Bercy e il Masters di fine anno.

Detto altrimenti: il trono che oggi sembra inattaccabile diventa fragile in sei settimane, se il rientro non è pieno.

Quando torna Sinner?

Lo scenario base porta a Pechino. ATP 500 in programma dal 30 settembre al 6 ottobre, dove Sinner aveva già confermato la presenza e dove difende il titolo.

Sarebbero undici settimane senza una partita ufficiale. La pausa più lunga della sua carriera da professionista affermato.

Poi Shanghai, dal 1° al 12 ottobre. Di nuovo da campione uscente.

Se il recupero slitta, la finestra si sposta. Shanghai saltando Pechino, oppure -- ipotesi che nessuno pronuncia ma tutti calcolano -- direttamente Vienna e Parigi-Bercy a fine ottobre.

Con le ATP Finals di Torino come unico traguardo che conta davvero.

Sarà la trasferta asiatica, insomma, a dirci qualcosa di serio sul finale di stagione: chi vuole seguirla da vicino trova il quadro completo nella sezione scommesse e gli approfondimenti sul blog.

C'è un'ultima coincidenza che vale la pena registrare.

L'annuncio di Sinner è arrivato meno di ventiquattro ore dopo quello opposto di Carlos Alcaraz. Lo spagnolo, fermo da metà aprile per il polso destro, ha comunicato il rientro proprio a New York.

I due si sono incontrati una sola volta in tutto il 2026. Nella finale di Monte Carlo.

Il duello che doveva definire questa era del tennis si sta consumando, per il momento, in sale di fisioterapia distanti mille chilometri l'una dall'altra.

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